I sei gusti

 Vi siete mai chiesti quanti e quali sono i gusti che siamo in grado di riconoscere? Sono stati organizzati e definiti in base alla capacità delle papille gustative di riconoscere diversi stimoli e di codificarli in diversi messaggi per il nostro cervello:

Al primo posto il Dolce, non potrebbe essere altrimenti: il sapore “dolce” difatti è quello più facile da riconoscere. Qualcuno azzarda anche il coinvolgimento delle endorfine rilasciate con l’assunzione di alcuni alimenti chiave di una dieta molto “dolce”.

Subito dopo il Salato. Il secondo sapore nella nostra particolare classifica. Viene riconosciuto ed anche molto ben definito in contrasto e/o in associazione con il dolce.

Segue l’”Amaro”, tutto ciò che tendiamo a definire amaro, ha il potere di aumentare la produzione di acidi all’interno dello stomaco e, in conseguenza di ciò, stimolare e favorire la digestione.

L’”Acido”. Viene riconosciuto e può essere ricercato o meno dall’organismo a seconda di particolari situazioni, sembra difatti essere utile in caso di disidratazione.

L’”Umami” che in giapponese significa “saporito” indica il sapore particolare dell’acido glutammato. Una bevanda, ad esempio, ricca di sali minerali come un integratore, ha qual particolare gusto salato tipico, appunto dal glutammato. Quello è l’umami ed è ricercato dal nostro organismo proprio quando risulta carente l’approccio di sali minerali nella dieta quotidiana.

Infine, ultima novità, è stato recentemente scoperto da un gruppo di studiosi della Washington University School of Medicine, che la lingua umana ha apposite papille anche per l’individuazione, e quindi la degustazione, del sapore “Grasso”. Questo ulteriore senso gustativo, viene associato ad un particolare gene del dna il CD36 che, quanto più è attivo, si è osservato, genera maggiore sensibilità al gusto grasso.

Riconoscere ed apprezzare il gusto grasso, come potrebbe sembrare, non è un pericolo per la propria linea, anzi! Si è osservato che chi meglio riconosce il gusto del grasso ha meno rischio-obesità in quanto, un organismo con un gene CD36 più attivo, sarebbe in grado di identificare il non necessario apporto di grasso e quindi una minore voglia di cibarsene.

Questo studio potrebbe rappresentare, se in futuro adeguatamente riscontrato, un’ottima arma nelle mani di chi quotidianamente, come noi e voi, combatte i rischi e i pericoli legati all’obesità ed ad un’alimentazione non adeguata al proprio stile di vita.

 

Come sempre, staremo a vedere.

Commenti chiusi.